di Marta Bonaccini

Un sogno a mezza costa: un pugno di case arroccato quasi per caso, e in modo incredibile, sul fianco del Monte Botolino. Un monte di armonie e di contrasti, dolce e aspro insieme; a tratti così asciutto da sembrare riarso – solo pungenti ginepri a resistere all’impeto dei venti del nord -, più in là l’ocra degli speroni rocciosi che si stempera nel grigio-azzurro delle formazioni argillose; inaspettatamente morbido nella serena cromia dei verdi dei cerri, dei faggi o delle pennellate più intense dei pini, negli anfratti sinuosi che danno ai contorni la levità di una carezza.

Vi si può giungere agevolmente oppure decidere per una carrozzabile disagiata quanto pittoresca: un insinuarsi nel fianco della montagna, un saliscendi contornato di rocce nude e macchie di cerri; si avanza ora nei meandri del bosco (e subito si immaginano inverni di neve – strati di neve su strati -, il sibilo di venti impetuosi e lontano, in alto, l’ululare del lupo), ora allo scoperto su balze che danno la vertigine; avanti, per la strada che è poco più di un sentiero, e si pensa ad ogni curva di scoprire il paese, ma non è così. Si avanza, si sale, si scende, si sale. Boschi, piante, erba e il cielo sempre più vicino. Poi, improvvisamente, dietro un’ultima curva, le case. Solide, di pietra, delineate su percorsi difficili e ardimentosi. Sembrano appoggiarsi alla parete montuosa e contemporaneamente affacciarsi sullo scenario, incantevolmente orrido, del Paradiso, il dirupo alto centinaia di metri sulla valle, che attrae e incute timore ad un tempo. Ci si affaccia appoggiati ad un’esile palizzata di legno su un vuoto abissale, ed è subito ebbrezza. Non sappiamo più se il cielo è sopra o sotto di noi. Noi siamo il cielo e lo sguardo vola libero per l’ampia valle del Marecchia, si perde incontrastato tra cime e cime di un verde che esalta la limpidezza dell’aria; cime ineguali che in lontananza si tingono della trasparenza del blu. Affacciati sul Paradiso si prova un senso di totale appagamento: i sensi si affinano per l’altitudine e la pericolosità del luogo e si fortificano, corroborati da un’aria frizzante e piena di effluvi. L’anima prova un duplice piacere: ora scende a dominare il tutto, ora si sente proiettata in alto, sale e avverte l’infinito.

È un luogo di incanti e di vertiginosa bellezza. Singolare, unico.

DA: IL PAESE SUL PARADISO, 1998 di Marta Bonaccini