leggenda tramandata nella Valmarecchia e qui riportata da Marta Bonaccini

Nel Medioevo erano signori di Badia Tedalda i Conti di Montedoglio e di Chiusi e, quantunque questi signori avessero dato il castello in enfiteusi ad ordini religiosi che giustamente lo chiamarono Badia, venivano ogni tanto a visitarlo e i monaci tenevano sempre riservate per loro alcune stanze.

Quando questi signori venivano a Badia davano delle feste alle quali invitavano i signorotti dei castelli vicini. Fu proprio in una di queste occasioni che il giovane conte Manfredi di Montedoglio conobbe Rosalia, figlia del Signore e Podestà di Colcellalto, che a quei tempi era Comune. Il giovane cavaliere, conosciuta la damigella, se ne innamorò pazzamente ed ella lo ricambiò di un amore ardente, pari al suo.

Logicamente i Montedoglio non approvarono mai questo amore; chiusi nella loro austera nobiltà non avrebbero permesso che un loro rampollo sposasse una nobiluccia di campagna (se pure Rosalia era nobile: di lei si è tramandato solo il nome).

Naturalmente, dopo questo incontro con la bella Rosalia, le visite del giovane conte divennero sempre più frequenti. Con la scusa di visitare il possesso di Badia Tedalda, egli invece andava a Colcellalto dalla sua innamorata. Nelle sere di luna piena, mentre i due giovani stavano al balcone a sussurrarsi frasi d’amore come tutti gli innamorati, Rosalia diceva: “Vedete, Messere, se, quando la luna sembra appoggiata all’Alpe, uno potesse toccarla, potrebbe chiedere ciò che vuole e sarebbe esaudito. Inoltre raccontano i vecchi che sull’Alpe ci sono immensi tesori. Ma nessuno è mai riuscito a toccare la luna e a prendere i tesori. Qualcuno che è andato, non è più ritornato, perché l’Alpe è della luna e lei uccide chi osa avvicinarsi”.

(Qui mi sia permessa una breve nota. Correva voce a quei tempi che i rapinatori dei viandanti e delle diligenze, che da Sansepolcro andavano per la via delle Romagne, di Bocca Trabaria e dell’Umbria, nascondessero la refurtiva nei boschi dell’Alpe dove avevano il loro covo e, certamente, se qualche malcapitato osava avvicinarsi ai loro nascondigli, veniva ucciso).

La fanciulla tanto parlò al suo innamorato dei misteri e dei tesori dell’Alpe della Luna che lui, pur essendo superstizioso come tutti a quel tempo, pensò di andare sull’Alpe per toccare la luna e per impossessarsi del favoloso tesoro. E una bella mattina di maggio il giovane conte disse a Rosalia: “Vado sull’Alpe a toccare la luna e a prendere i tesori che ci sono e quando tornerò saremo tanto ricchi che nessuno potrà più ostacolare il nostro matrimonio”.

La giovane, che oltre che essere molto bella era anche molto coraggiosa, volle a tutti i costi accompagnare il suo innamorato nella sua avventura. A nulla valsero le preghiere, le minacce del padre: sellati due cavalli, partirono alla volta dell’Alpe. E nessuno li ha visti ritornare.

Alcuni secoli fa, carbonai e boscaioli, che avevano costruite le loro capanne nei boschi in prossimità dell’Alpe, raccontavano che nelle notti di plenilunio udivano il galoppo di due cavalli e vedevano due ombre vicine, con le mani protese in alto, nel disperato tentativo di toccare la luna. Ed anche gli abitanti della Barucola, di Val di Brucia, del Monterano e di Monte Viale dicevano, ed hanno continuato a dire per molti anni, di aver visto al chiaro della luna le ombre abbracciate dei due innamorati.

Le leggende, anche se, si sa, sono frutto della fantasia popolare, hanno sempre una qualcosa di reale e circonda i luoghi ove esse hanno avuto origine di un fascino arcano il cui mistero avvince e commuove.